Le informazioni non sono processate in quanto vere, ma in quanto conformi ad una personale visione del mondo, a narrazioni. L'enorme vastità di fonti, versioni e contenuti su internet massimizza questo processo.

Come vengono lette le informazioni su Internet
Le informazioni non sono processate in quanto vere, ma in quanto conformi ad una personale visione del mondo, a narrazioni. L'enorme vastità di fonti, versioni e contenuti su internet massimizza questo processo.
Gli utenti su Facebook tendono a formare gruppi attorno a narrative condivise e insieme la fanno evolvere aggiungendo altri tasselli al puzzle. Altre informazioni alla cui veridicità non sono assolutamente interessati. L’importante è che piaccia e che sia ancillare alla causa condivisa. Ad esempio nel caso del dibattito sulle fake news si continua a credere che il fact-checking sia risolutivo. Da tempo si sa che non lo è. Eppure si continua ad argomentare. Espressione anche questa del confirmation bias e dell’effetto echo chamber.

Come vengono lette invece le notizie dei giornali
Questo ultimo lavoro va a completamento e generalizza i nostri risultati precedenti. Nello specifico ci siamo concentrati su come i post delle testate giornalistiche vengano fruite dagli utenti.
Come al solito l’analisi è su grandi numeri: più di 900 testate, oltre 376 milioni di utenti che hanno interagito in sei anni con più di 20 milioni di notizie. Il dataset è stato passato al setaccio per caratterizzare quantitativamente  l’anatomia del consumo delle informazioni.
Il risultato è netto: più si è attivi più l’attività è focalizzata su poche, pochissime testate. Questa tendenza alla specializzazione determina gruppi di testate sui cui gli utenti concentrano la propria attenzione e da cui attingono per formare le loro opinioni.
Il numero di persone che si informa direttamente tramite i social cresce di anno in anno e si vede la stessa tendenza alla polarizzazione che notavamo negli studi precedenti. L’attitudine sembra essere molto generale (in un altro studio sembra che la stessa cosa valga anche su Twitter).

I social non facilitano la circolazione di informazioni
L’arrivo dei social ha ridotto immensamente il potere selettivo e di filtro delle testate giornalistiche che ora si ritrovano a rincorrere. Su Facebook le pagine possono esprimere le loro preferenze rispetto ad altre. Nel caso delle testate giornalistiche queste preferenze sono molto diverse dalle preferenze degli utenti. Sono due visioni molto distinte.
Nello specifico le testate sembrano molto più vincolate ai confini territoriali rispetto agli utenti. Quello che è chiaro è che il mondo dell’informazione con i social, anziché facilitare la circolazione di informazioni e ampliare gli orizzonti sembra avere un effetto opposto, più segregante. E lo facciamo tutti, nessuno escluso.
Il fact checking non è la soluzione
Probabilmente il miglior modo per combattere le fake news è cominciare a ragionare su cosa porta alla polarizzazione. Il nemico infatti sembra essere lei.
Dobbiamo promuovere la cultura dell’umiltà a scapito delle supercazzole e della retorica sterile ed eroica.
Alla luce di queste risultati l’idea di introdurre il fact-checking (o peggio ancora motori di ricerca dedicati al fact-checking) come contromisura sembra essere di un’ingenuità infantile, nonché forgiatrice di ulteriore polarizzazione e acredine.
C’è uno spazio da ricomporre, una fiducia da ricostruire. Parlare senza cognizione di causa, anche solo per difendere la propria posizione, va evitato. C’è troppo cicaleccio, troppa speculazione. Accettiamo l’incertezza che immancabilmente segue la complessità. Come dice Sunstein dobbiamo promuovere la cultura dell’umiltà a scapito delle supercazzole e della retorica sterile ed eroica.

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