Sull´onda del Web 2.0, gli spammer s´infiltrano ovunque e alla grande, dagli splog alla borsa alle frodi del clic Nonostante normative, filtri e accorgimenti vari, lo

Sull´onda del Web 2.0, gli spammer s´infiltrano ovunque e alla grande, dagli splog alla borsa alle frodi del clic Nonostante normative, filtri e accorgimenti vari, lo spam continua a imperversare. E ci abbiamo fatto il callo un po´ tutti. Il problema vero perà sta nella trasmutazione continua del fenomeno, con la sua rinomata capacità di adattamento e infiltramento in ogni ambito del mondo online, non più soltanto nella casella di posta elettronica. Ne sa qualcosa l´amata blogosfera, dove è in piena fioritura l´era degli spam blog, meglio noti come "splog". Al pari delle tipiche junk email, queste nuove reincarnazioni sfruttano le medesime opzioni che rendono piacevole l´interazione collettiva online (flessibilità, facilità d´accesso, costi minimi) per rivitalizzare, ad esempio, schemi tanto antichi quanto sempre efficaci, in primis quelli tipo "get-rich-quick", cioè l´intramontabile miraggio di facili ricchezze. Oppure usando altre tecniche non meno inquinanti e diffuse. Anzi, secondo Matt Mullenweg, sviluppatore della popolare piattaforma blog WordPress, «l´estrema vulnerabilità allo spam è una della caratteristiche base del Web 2.0», e gli splog ne rappresentano la prima manifestazione concreta. Come funzionano? Presto detto. Vi sarete certamente imbattuti su un qualche blog, magari tramite un motore di ricerca, contenente testo parzialmente sconclusionato o poche battute su un tema qualsiasi, con di fianco la solita trafila di link e banner vari. Ebbene, obiettivo degli splogger è proprio quello di spingere gli utenti a fare clic su tali link onde visionare, seppure per un attimo, la pagina dell´inserzionista in questione. Manovra che comporta un pagamento al titolare del sito web di origine, ovvero lo spammer che ha creato quell´iniziale blog fasullo, e all´opposto l´addebito a carico dell´inserzionista. La pratica, con tutta una serie di varianti e improvvisazioni varie, ha talmente preso piede che Dan Goggins, giovane laureato dello Utah, ha avviato una redditizia attività commerciale che tra agosto e ottobre 2005 ha prodotto guadagni netti superiori a 70.000 dollari. Oggi la sua partnership gestisce «qualche migliaio di splog», e sembra anzi che sia stato lui a coniare quel termine, anche se costoro preferiscono autodefinirsi più professionalmente «search engine marketer». Già, perchè oltre ad invadere in tal modo la blogosfera, compito importante è creare fitte e complesse reti di siti web onde accerchiare gli ignari utenti e farli atterrare in un modo o nell´altro sulle pagine di ditte legittime, anch´esse all´oscuro delle complesse trame in atto per risvegliare frotte di link tipo pay-per-clic. è quel che accade andando a cercare siti generici quali debts.com o photography.com, strutturati come dei tipici portali, di cui sono proprietari gli spammer, da cui un altro termine ad hoc: sportal. Lo stesso vale per la sfilza di (legittimi) link associati ai search engine, i classici Google affiliate ad, che generalmente vengono affiancati da ulteriori liste di parole-chiave e false search box che, se usate, ci portano in un circolo vizioso e senz´uscita di ulteriori siti e blog. In questo caso, obiettivo primario degli spammer è comparire in maniera prominente nei risultati delle ricerche, e quindi forzare il meccanismo dei page rank, in una continua battaglia con gli agguerriti programmatori dei search engine. Ovvio che Google, Yahoo! e gli altri motori stiano prestando grossa attenzione al problema (le loro maggiori entrate arrivano proprio dal pay-per-clic), ma la questione è tutt´altro che semplice. «La forza bruta dell´approccio degli spammer è efficace», spiega Anil Dash, un vicepresidente di Six Apart. «Non che i ragazzi di Google non siano in gamba, ma la pervicace tenacia degli spammer è formidabile, e alla fine riescono ad ottenere quel che vogliono». La battaglia si fa sempre più aspra, dunque, e per chi volesse conoscere nei dettagli le delizie di questi ennesimi sotterfugi virale - incluso un ottimo esempio grafico su come decodificare uno splog a prima vista - vale la pena di seguire un dettagliato articolo (in inglese) del mensile Wired. Ma non basta. A ulteriore esempio del livello di sofisticatezza raggiunto dagli spammer, ecco una recente indagine curata da Laura Frieder, assistente di economia alla Purdue University e da Jonathan Zittrain, professore di Internet governance a Oxford. La ricerca, diffusa dal Social Science Research Network, si è concentrata sulle junk email che urgono l´immediato acquisto dei titoli azionari di determinate aziende in forte ascesa - email che, nelle stime dei ricercatori, raggiungono la bella cifra di 100 milioni a settimana, ovvero circa il 10% del traffico globale di posta elettronica. Analizzando i circa 26.000 messaggi ricevuti personalmente da Zittrain tra gennaio 2004 e luglio 2005 e i quasi due milioni circolati nel newsgroup Nanas, dove gli amministratori di sistema vengono allertati sulle invasioni di spam, è venuto fuori che si raccomanda l´acquisto di circa 300 tipi di stock option. I quali, guarda caso, vantavano in quei giorni una notevole liquidità sul mercato - dovuta ovviamente al "pompaggio" degli stessi spammer, i quali ne avevano appena acquistato (a basso costo) quantità più o meno consistenti. Titoli che rivendevano prontamente a prezzi gonfiati agli ignari investitori, i quali, uno-due giorni dopo l´avventata decisione, si ritrovavano con una picchiata di quasi il 6% dei titoli, secondo la media stabilita dall´indagine in questione. Pur se a farsi accalappiare stavolta sono, almeno in parte, anche persone avvezze al movimento borsistico, la lezione di cui far tesoro è di più ampia portata. La sete di facili guadagni e le spregiudicate manovre degli spammer formano un´accoppiata micidiale. Nella conclusione dello stesso Zittrain, tra l´altro co-animatore della OpenNet Initiative mirata allo studio dei sistemi di filtraggio e sorveglianza online: «è facile che certi desideri di ricchezza arrivino a dare colori diversi a ogni giudizio oggettivo». Aggiungendo come raramente la Security & Exchange Commission sia intervenuta a bloccare simili messaggi che inneggiano a certe stock option, i quali—per inciso—spiegano anche che il mittente s´impegna a vendere direttamente a chiunque quelle azioni così promettenti. Alle aggressive manovre dello spam va infine imputato anche quel che Business Week definisce il "lato oscuro della pubblicità online". L´attuale cover story del settimanale, dedicata alle frodi del clic, spiega tra l´altro come le celebrate promesse del marketing su Internet possano invece condurre a truffe prolungate e a costose perdite finanziarie. Per citare un solo caso, negli ultimi tempi le inserzioni dell´agenzia di assicurazioni USA MostChoice venivano cliccati da residenti in Paesi quali Botswana, Mongolia e Siria, e comparivano non sulle pagine di Google o Yahoo ma su siti sconosciuti tipo insurance1472.com e insurance060.com. E, manco a dirlo, quei clic sugli annunci riciclati venivano comunque addebitati all´azienda. Una rapida indagine ha confermato l´imbroglio, tramite tecniche analoghe a quelle descritte sopra, con perdite pari a 100.000 dollari negli ultimi due anni. Pur se Google dichiara di aver rimborsato MostChoice per tutti quei clic fasulli, il problema è di proporzioni ben più ampie. E soluzioni serie per il momento non è facile intravvederle. (Apogeoonline) ,

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