Vola l´ecommerce in Italia. Vola, soprattutto in questi ultimi mesi, sulle ali del turismo, dell´elettronica di consumo e dell´abbigliamento. E sono cos

Vola l´ecommerce in Italia. Vola, soprattutto in questi ultimi mesi, sulle ali del turismo, dell´elettronica di consumo e dell´abbigliamento. E sono così diventati otto gli anni di crescita a due cifre: nel 2008 il fatturato del commercio elettronico, quello rivolto all´utenza consumer, supererà i 6 miliardi di euro, con un incremento percentuale, rispetto al 2007, che oscilla tra il 20 e il 21 %. Vola in Italia, certamente, anche se il volo italiano assomiglia più a quello di un velivolo a elica rispetto agli "stratojet" europei e mondiali. La crescita del 20 %, infatti, pur allineata a quella delle altre nazioni industrializzate, sconta e per di più non riesce a colmare un divario storico: l´ecommerce made in Italy rimane indietro rispetto agli altri paesi europei. Rimane indietro sia in termini di valore assoluto (l´Italia, in questo comparto, è un decimo della Gran Bretagna e un terzo della Francia) che in termini di penetrazione sul totale delle vendite ai consumatori finali. Il commercio elettronico italiano, infatti, rappresenta solo l´1% del totale, contro valori che vanno dal 3 al 10% negli altri paesi. La "fotografia" del settore, con le sue luci (poche, ma comunque importanti) e le sue ombre (tante, tutte da affrontare nel breve e medio periodo) è stata scattata dall´Osservatorio eCommerce B2c Netcomm e dalla School Of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net). Ed è una fotografia, tutto sommato, cruda e precisa: le motivazioni usualmente addotte per giustificare i ritardi italiani sono insufficienti a spiegare compiutamente l´arretratezza del sistema. I limiti strutturali penetrazione di Internet e della Banda Larga, costi della logistica distributiva, scarsa attitudine degli italiani all´utilizzo della carta di credito on line, bassa propensione all´acquisto "a distanza" sono già scontati nell´analisi dell´Osservatorio eCommerce B2c Netcomm. Le motivazioni principali del ritardo, spiegano i ricercatori, stanno nel sistema dell´offerta che ha significativi "buchi" in talune categorie merceologiche (abbigliamento, prodotti per la casa, auto e accessori, vino e gastronomia, ecc.) e nella incapacità complessiva di sfruttare sapientemente la cosiddetta "multicanalità", cioè l´integrazione tra canale on line e canali "tradizionali". In pratica, si è generato un circolo vizioso: «Ci sono in Italia pochi Web shopper sottolinea Alessandro Perego, responsabile scientifico dell´Osservatorio eCommerce in quanto l´offerta online è carente. Nel contempo, gli operatori del commercio più affermati sono poco propensi ad andare sull´on line perchè ritengono la domanda ancora immatura e numericamente non significativa». In sostanza, la carenza di offerta genera una scarsa domanda e la scarsa domanda di beni acquistabili via Internet produce un´ulteriore riduzione dell´offerta. Per scardinare questa impasse, l´Osservatorio individua due fattori decisivi: la "scesa in campo" della Grande distribuzione (GDO) e le sinergie tra canale fisico e canale on line, realizzabile solo attraverso una "crescita culturale e tecnologica" proprio della GDO. «L´esperienza all´estero è inequivocabile spiega ancora Perego Quando si mettono in moto questi due fattori, cresce la fiducia del consumatore verso lo strumento dell´ecommerce, perchè è rafforzata dalla presenza on line delle insegne e dei marchi di riferimento. E se i consumatori sarebbero i primi a sentire gli effetti positivi della discesa in campo della distribuzione moderna, anche il mercato complessivo avrebbe immediato riscontro dei benefici, in particolare per tutte le categorie merceologiche del "made in Italy", dal turismo al fashion, dalla gastronomia all´arredamento». Proprio i consumatori stranieri che si rivolgono al mercato on line italiano hanno fornito chiarissime indicazioni: «Sono loro i protagonisti del circolo virtuoso dell´ecommerce conclude Perego Non è un caso che i comparti con i più alti tassi di crescita in questi ultimi anni siamo proprio il turismo e l´abbigliamento che hanno una significativa componente di vendita fuori dall´Italia». Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il Consorzio delle imprese che operano nel Commercio elettronico italiano, è categorico: «L´ecommerce in Italia cresce a due cifre, nonostante la congiura negativa. Ma questa crescita è insufficiente, il nostro paese continua a perdere competitività. Faccio un solo esempio, quello del turismo, il più performante nel settore on line: gli acquisti digitali in Europa rappresentano, mediamente, oltre il 25 % del totale del comparto, mentre in Italia si fermano poco oltre il 10 %. E parliamo di un settore che nel nostro paese "copre" ben oltre il la metà del fatturato del commercio via Internet». La ricetta di Liscia è semplice: «Il commercio elettronico va pensato in modo integrato. Il consumatore, infatti, a seconda del momento della giornata e del luogo in cui si trova, puà scegliere canali differenti, ma la possibilità di fidelizzarlo al proprio brand in ognuno di questi è un vantaggio competitivo che in Italia pochissimi hanno colto fino ad oggi. Sin dalla sua iniziale affermazione in Italia, l´ecommerce è stato dominato dalle imprese dot.com, ossia da realtà che non dispongono di altri canali tradizionali e che hanno costruito sul commercio on line il loro "zoccolo duro" di fidelizzati. A crescere, anche oggi, sono soprattutto questi e rappresentano quasi il 50 % del mercato, una percentuale che negli ultimi anni è risultata addirittura in crescita. Le imprese italiane hanno fatto un grave errore di valutazione che solo oggi, quindi in notevole ritardo rispetto alle aziende omologhe internazionali, stanno faticosamente correggendo, scoprendo finalmente le potenzialità del commercio elettronico come canale da affiancare a quelli tradizionali. E si stanno finalmente rendendo conto ma dal dire al fare c´è di mezzo non un mare, ma un oceano che il rischio di "cannibalizzazione" tra i due canali, quello dell´ecommerce e quello tradizionale, è certamente inferiore ai vantaggi provenienti dalla possibilità di raggiungere il consumatore nei vari momenti della sua vita e, addirittura, nei vari momenti della sua giornata». Fonte: repubblica.it

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