Google, Re Mida del web, sta trasformando in oro tutto ciò che sfiora. L’esplosione della ricerca ha solo anticipato l’exploit di Gmail, di Blogger, del Desktop Search e via

Google, Re Mida del web, sta trasformando in oro tutto ciò che sfiora. L’esplosione della ricerca ha solo anticipato l’exploit di Gmail, di Blogger, del Desktop Search e via dicendo. Se presso il GooglePlex sembrano non sbagliare un colpo, è di questi giorni una notizia che, tra timori e ritrosìe, torna nuovamente a far discutere. Tutto nasce sotto il nome di Web Accelerator. Lo strumento è di per sé molto semplice, comporta pochi oneri e qualche vantaggio, erge il proprio sicuro successo sul brand Google e per l’installazione necessita solo di un mini-download di poco più di 1 Mb. Web Accelerator permette di risparmiare tempo durante la navigazione grazie all’ottimizzazione del flusso dei bit operata dalla tecnologia Google. In pratica Google diventa un proxy che si intromette tra server e client: operando limature e compressioni, la serie di bit che raggiunge il pc dell’utente è alla lunga sempre minore, svuotata di parti inutili ed ottimizzata nei suoi tempi di latenza. Un secondo dopo l’altro, si fa relativamente in fretta ad accumulare minuti di “risparmio”, minuti oltretutto chiaramente indicati con apposita toolbar direttamente sul browser. Web Accelerator è, teoricamente, progettato per connessione broadband. Ciò non vieta però di usare il tutto anche con connessione dialup e, nonostante i numeri siano minori, dopo alcune ore di uso dello strumento si inizia ad avvertire qualche piccolo miglioramento delle performance di navigazione. O almeno questo è quanto indicato dall’apposito contatore. E se anche si tratta di pochi secondi, è sempre un piacere sapere che qualcuno ti regala qualcosa. Non si può dire che Web Accelerator sia un buco nell’acqua, ma che la prima beta un po’ di acqua la faccia è cosa innegabile. Le prime prove hanno evidenziato infatti problemi quali sporadici crash del browser, problematica interpretazione di alcuni JavaScript, conteggi improbabili relativamente al tempo risparmiato nella navigazione, scarsi risultati effettivi. I problemi di software sono nascosti dietro l’etichetta “beta” (il tool è infatti dichiaratamente in prova), mentre il tempo risparmiato dovrebbe crescere con l’aumentare delle ore di navigazione accumulate (il sistema deve prima “imparare” le abitudini dell’utente per poi ottimizzarne le performance). Il primo giudizio sommario è dunque ancora sospeso, in attesa di ulteriori test. A poche ore dalla distribuzione dello strumento, però, una domanda ha iniziato ad imporsi sul web (e la blogosfera è in questi casi sempre l’area più attiva di dibattito): perché Google fa tutto ciò? Come bene ha precisato Larry Page (co-fondatore del motore insieme a Sergey Brin) in un suo recente intervento, nulla presso Google è fatto a caso e tutto ha invece lo scopo di apportare beneficio economico (diretto o indiretto) al gruppo. Il problema privacy Ad ogni novità annunciata da Google c’è chi urla allo scandalo circa i rischi che il motore lascia pendere sulla privacy dei propri utenti. Così fu per Gmail (Google ha in mano tutti i messaggi degli utenti), così per il Desktop Search (Google sa tutto ciò che c’è nel pc degli utenti), così è oggi per Web Accelerator: Google sa tutto della nostra navigazione. A Google, a ben pensarci, la nostra privacy non serve però se non nell’ottica di un ritorno economico basato sull’ambito promozionale. La policy con cui il gruppo allontana da sé tali detrazioni è infatti sempre molto rigida e precisa, tale da escludere ogni possibile contestazione ed accumulare quanta più fiducia dalla propria utenza. I timori apocalittici nel "big brother", però, inevitabilmente rimangono. Tesi: Google, Web Accelerator e PageRank La base su cui si erge il sistema Google è il famoso PageRank. Migliorare il PageRank capendo meglio le dinamiche di navigazione e di scelta degli utenti significherebbe dare una base più solida a tutto il costrutto, aumentando così le proprie potenzialità di mercato. Basando il PageRank su dati reali invece che su ipotesi e statistiche, dunque, permetterebbe a Google un’analisi molto più precisa dei siti indicizzati, favorendo così sia i risultati offerti dal motore, sia gli introiti incamerati da AdSense e AdWord. Se il nuovo WebAccelerator si divulgasse tra l’utenza con una certa penetrazione, Google potrebbe avere in mano ogni dato relativo alla navigazione di milioni di utenti: siti navigati, tempi, modalità, scelte operate, link, update: tutto fedelmente tracciato, tutto conservato sui server del motore, tutto analizzabile. La tesi è: se Google ha in mano questa possibilità, perché non la dovrebbe sfruttare? La tesi è tanto suggestiva quanto basata solo su semplici ipotesi. Al momento bisogna procedere (con molta cautela) per indizi. Indizio 1: Marissa Mayer Marissa Mayer, responsabile Google, presentando il progetto Web Accelerator ha dichiarato: «velocizzeremo la velocità della vostra navigazione, ma in cambio abbiamo bisogno di sapere cosa state facendo»: la Mayer conferma dunque il fatto che Google archivia le mosse degli utenti. Se da una parte il tutto è utile per “insegnare” a Web Accelerator come ottimizzare i dati per velocizzarne il flusso, dall’altra implica la conferma del fatto che i server Google hanno in memoria gran parte delle nostre operazioni. Una storiografia che difficilmente andrà sprecata. Indizio 2: la policy del servizio Nel dichiarare i dati conservati dall’archivio, Google specifica come il sistema conservi traccia dei dati del sistema operativo in uso, del browser in uso, delle richieste effettuate sul web e di alcuni cookie di terze parti. Google conferma dunque di avere a disposizione tutto il necessario per tracciare l’utente nella sua attività di navigazione, ivi compresi i dati relativi al software in uso. Indizio 3: il brevetto del TrustRank Nelle ultime ore Reuters è riuscita ad avere in mano il testo del brevetto con cui il gruppo intende far propri i diritti sul nome “TrustRank”. Nelle specifiche del brevetto c’è probabilmente il futuro del servizio Google News. Questo quanto riportato da Reuters: «i fattori determinanti per stilare la classifica delle notizie di Google News comprenderebbero: l´ammontare di notizie su temi importanti prodotte da una fonte informativa identificata, il traffico di rete verso la fonte in questione, le statistiche sulla circolazione, le dimensioni della redazione, l´ampiezza di copertura giornalistica e il numero di uffici». Ai parametri relativi alla dimensione reale della testata in questione, dunque, Google affianca i dati relativi alla dimensione virtuale del sito soppesando il tutto sul «traffico di rete» e sulle «statistiche sulla circolazione». Il ranking trarrebbe inoltre giovamento dal fatto che, misurando i dati reali prodotti dall’uso del web da parte degli utenti, verrebbero aggirati tutti quei trabocchetti ideati al fine di plasmare il PageRank a proprio piacimento (link invisibili e trucchi vari): solo i click reali e la reale navigazione sarebbero parametri presi in considerazione, e comunque l’attuale PageRank perderebbe di incisività (ad oggi totale) nei criteri di ordinamento delle risposte offerte dal motore di ricerca. Web Accelerator farà sicuramente ancora parlare di sé, come già se ne discute nella blogosfera e su siti quali Slashdot o Cnet. Se poi tre indizi fanno davvero una prova, allora sarà interessante valutare se l’ipotesi relativa al TrustRank possa avere una qualche sfumatura reale o meno. Nel frattempo rimane incombente (giocoforza) l’ombra tetra di un Echelon, mascherato da gruppo dal brand simpatico e dal logo multicolore, che sa di noi cosa scriviamo via mail, cosa conserviamo sul pc, dove navighiamo e qual’è la nostra rete di amicizie. E tutto ciò semplicemente in cambio di qualche servizio di buona fattura e del quale prima non se ne sentiva assolutamente impellente la necessità. E’ in questo che sta la magia di Google.Fonte: html.it

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